L’ubertosità della costa "albanese" non sfuggì ai coloni corinzi stanziati sull’isola di Corfù che, nel 627 a.C., fondarono una prima colonia ad Epidamno/Durazzo. Le fonti antiche lasciano intendere che quello greco non fu il primo insediamento in assoluto. Secondo la tradizione riferita dallo storico greco Appiano, il nome Epidamno appartenne ad un re vissuto in un epoca molto remota che aveva fondato un primo villaggio situato su un’altura. Il giovane Durazzo (Dyrrachion) – nato dall’unione tra sua figlia e Poseidone – sarebbe stato il primo a scendere sulla costa per promuovere la costruzione di un porto che venne battezzato con il suo nome.

L'arrivo dei Greci trasformò radicalmente lo stile di vita e il peso politico dell’antico porto illirico. Anche lo skyline della baia dovette cambiare con l’erezione di una potente cinta di mura, di un moderno porto, di quartieri di abitazione e di molteplici santuari. Purtroppo i quartieri della città moderna (che con i sui 250.000 abitanti è la seconda città dell’Albania) hanno cancellato molte testimonianze archeologiche. Le fonti antiche e i ritrovamenti avvenuti fortuitamente il secolo scorso ci offrono, fortunatamente, un riflesso esaustivo dall’antica opulenza.

Le testimonianze di età greca venute in luce in città sono in buona parte raccolte nel Museo Archeologico di Durazzo, riaperto nel 2002 con un allestimento moderno e chiaro. Un’intera parete propone una campionatura delle statuette in terracotta scoperte presso un antico santuario ubicato sulla collinetta di Dautë, alle porte della città antica: si tratta di ex voto in argilla rappresentanti una divinità femminile acconciata in vario modo, talora turrita e seduta su un trono, nonché molteplici immagini di offerenti. Quella che ha trovato spazio nell’esposizione è una semplice campionatura, perché nei magazzini – incredibile ma vero – giacciono una tonnellata e mezza di terrecotte figurate, tre tonnellate di vasi e cocci e ben seicentocinquanta monete.

L’edificio più monumentale e il simbolo stesso dell’occupazione romana dell’antico Epiro è l’anfiteatro di Durazzo. Fu costruito all’età degli antonini (nel II sec d.C.) ed inaugurato con l’allestimento di giochi gladiatori. Con l’asse maggiore di ben centotrentasei metri e le gradinate alte sino a venti metri, l’edificio poteva contenere fino a ventimila spettatori. Quando fu costruito, Durazzo era una grande città sovrapopolata e brulicante di vita (ne fece le spese Cicerone che decise di allontanarsi dalla città per trovare un po’ di quiete), un tumultuoso melting pot – come è tipico di tutti i porti – di diverse etnie, lingue e religioni. Catullo, con la genialità che lo contraddistinse, gli appioppò l’epiteto di «taverna dell’Adriatico» in uno dei suoi epigrammi; un giudizio che non molto discosto da quello abbozzato da Plauto più di un secolo prima.

Nei pressi del Teatro Aleksander Moisiu, a due passi dall’anfiteatro, si trovano i resti delle piccole terme e quelli di una piazza ottagonale colonnata: forse un macellum per la vendita al minuto del pesce e degli ortaggi, forse una parte del foro cittadino. È possibile che l’aspetto finale di questo spazio pubblico sia dovuto all’intervento di Anastasio (491-518 d.C.). Questo imperatore bizantino – spesso ricordato per la curiosa particolarità di avere un occhio azzurro e uno nero (era soprannominato, per l’appunto, dicorus) – era in effetti nativo di Durazzo. Tra gli atti di benevolenza verso la sua città natale, si deve annoverare un nuovo grande circuito murario dotato di torri pentagonali, di cui è ancora possibile seguire ampi tratti lungo la collina che sormonta il centro storico. All’età di Giustiniano l’effetto doveva essere impressionante, con due grandi cerchia di mura che scendevano al mare, sormontate al vertice da un grande fortezza militare.